Fuoriclasse, atleti di un’altra categoria

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Nello sport esistono due tipi di atleta, diversi e uguali allo stesso tempo: i fuoriclasse e gli umani. Gli umani sono sportivi che nella propria carriera vivono pochi momenti di gloria, tant’è che quando un atleta “umano” vive un momento di grazia si grida già la nascita di un nuovo fenomeno, salvo poi tornare sui propri passi quando il quarto d’ora di gloria è terminato. I fuoriclasse, invece, sono la massima aspirazione per uno sportivo, il modello a cui ispirarsi, il punto di riferimento per un’intera disciplina. Ed è proprio di questi atleti che andrò a parlarvi, di quei campioni che hanno segnato un’epoca o che sono destinati a segnarla.
Cominciamo con un nome, Michael, a cui vanno associati tre oggetti, ovvero acqua, canestro e motore, avrete tre campioni: Michael Phelps, Michael Jordan e Michael Schumacher.

Michael Phelps, “lo squalo di Baltimora”, 24 anni compiuti il 30 giugno scorso, l’uomo capace di vincere 8 ori in un’unica Olimpiade, battendo il record del 1972 di Mark Spitz (che ne vinse solo 7!), l’atleta capace di vincere 14 ori in totale alle Olimpiadi e 22 ai Mondiali, in poche parole l’uomo dei record. Un gigante di 192 centimetri per 85 chilogrammi che ha battuto i record di tutte le categorie in cui ha gareggiato, un campione che però ha annunciato il proprio ritiro dall’attività agonistica dopo le Olimpiadi di Londra nel 2012. Se Phelps si ritirerà veramente nel 2012, il testimone è pronto a passare nelle mani di Paul Biedermann, il nuotatore tedesco che ha battuto “lo squalo” ai recenti Mondiali di Roma.

Restiamo negli Stati Uniti, ma cambiamo sport, per parlare di uno dei più grandi cestisti di tutti i tempi: Michael Jordan. “Air” Jordan, com’è stato soprannominato per la sua capacità di restare in aria, ha legato il suo nome ad una squadra, i Chicago Bulls, e ad un numero, il 23; Jordan è il cestista da 30,12 punti di media nella regular season e 33,4 nei playoff, è stato ammesso nella “Basketball Hall of Fame”, è stato uno dei componenti del Dream Team USA che vinse l’oro alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 e Barcelona 1992, è l’atleta capace di vincere 6 campionati NBA: in una parola un vero fuoriclasse. Chi ha preso il suo scettro? Gioca col numero 24 nei Lakers ed è soprannominato “Black Mamba”, il suo nome è Kobe Bryant.

E adesso l’ultimo Michael della serie, Michael Schumacher. Il tedesco di Kerpen è il pilota più importante e vincente degli anni 2000, l’ultimo vero campione di uno sport che adesso vive una carenza di talenti. In 15 anni di carriera ha vinto 7 titoli mondiali, 91 gran premi, ha totalizzato 1369 punti e 68 pole position, tutti record che rimarranno imbattuti a lungo. Nella sua carriera ha corso con tre scuderie, Jordan, Benetton e Ferrari, ha oscurato compagni di squadra e rivali, ma ha anche vissuto momenti difficili, come il terribile incidente a Silverstone nel 2001, che gli costò la frattura di tibia e perone; dal primo titolo mondiale, vinto nel 1994, all’ultimo, nel 2004, solo tre piloti hanno interrotto il dominio di Schumacher: Damon Hill, Jacques Villeneuve e Mika Hakkinen.

Restando nel tema della velocità, parliamo di un atleta che raggiunge velocità assurde, un velocista capace di percorrere 100 metri in 9’’58, un ragazzone di quasi due metri cresciuto in Giamaica: Usain Bolt. “Lightning Bolt” con i suoi tempi stratosferici nei 100m e 200m sta letteralmente riducendo al lumicino le speranze dei suoi avversari che finiscono o per ammirarlo (Asafa Powell) o per odiarlo (Tyson Gay). Visti i risultati ottenuti sui 100m, 9’’58, e sui 200m, 19’’19, Bolt si sta allenando sui 400m in vista di Londra 2012, dichiarando anche che, a fine carriera, potrebbe provarci anche nel salto in lungo e, se così fosse, sarebbero dolori per il nostro Andrew Howe.

La vita sportiva dei fuoriclasse non è sempre in discesa, ma viene interrotta da ostacoli più o meno impegnativi, che contribuiscono a farli diventare leggenda. Due atleti che hanno saputo rialzarsi dopo essere caduti, di rinascere laddove in molti avrebbero fallito: Roberto Baggio e Magic Johnson.

Roberto Baggio, “il divin codino”, cresciuto nel Vicenza, esploso a Firenze, maturato nella Juventus, osannato a Bologna, incompreso a Milano, sia Inter che Milan, profeta a Brescia, una carriera segnata da grandi giocate e pesanti infortuni alle ginocchia; un fuoriclasse capace di portare da solo l’Italia in finale a USA ‘94, capace di illuminare le platee con i suoi goal e le sue finte, un talento che godeva di così tanta stima di pubblico e stampa da far rosicare i suoi allenatori, uno su tutti Marcello Lippi. Vincitore nel 1993 di Pallone d’Oro e FIFA World Player, Baggio è uno di quei calciatori che non hanno mai messo d’accordo stampa e allenatori, visto che non è mai stato convocato quando i giornalisti ne invocavano la chiamata, un po’ come succede adesso con Cassano, con le dovute proporzioni; dopo il ritiro, Baggio è stato proclamato ambasciatore della FAO ed ha deciso di condurre una vita lontano dai riflettori e dal calcio.

Se Baggio ha dovuto lottare contro le sue deboli articolazioni, Earvin Johnson Jr., più noto come “Magic” Johnson combatte dal 1991 una lotta ancora più dura: quella contro l’HIV. Se dicendo Jordan pensiamo subito ai Chicago Bulls e al numero 23, dicendo Magic Johnson pensiamo subito ai Los Angeles Lakers e al numero 32; colonna dei giallo-viola di L.A., Magic ha vinto 5 titoli NBA, facendosi notare come un giocatore molto duttile e pronto a giocare in qualsiasi ruolo. Nel 1991 annuncia il ritiro dopo aver contratto il virus dell’HIV, ma pochi mesi dopo a gran richiesta gioca l’All Star Game, dove viene eletto MVP, e viene convocato nel Dream Team per Barcelona 1992, dove con Jordan e Larry Bird guiderà il Team USA all’oro olimpico. In seguito alla vittoria olimpica, Johnson divenne il simbolo della lotta all’HIV e sarà apprezzato da milioni di persone per la sua forza di volontà. Magic Johnson si ritira nel 1996 a 37 anni, dopo essere tornato a rappresentare una colonna dei Lakers nonostante la malattia.

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