Dichiarazione d’amore di un Fiorentino

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Okay, il calcio è solo uno sport, per qualcuno anche stupido, ma se uno sport “stupido” riesce ad essere una delle poche cose in comune per milioni di persone, allora questo tanto amato-e-odiato calcio qualcosa di diverso deve pur avercelo. Questo mio articolo non è e non vuole essere un’apologia al calcio, perché credo che ognuno sia libero di pensarla come vuole (e ci mancherebbe altro!), ma cercherà, invece, di descrivere le emozioni, le gioie e i dolori che questo sport trasmette, anzi, mi trasmette, attraverso una squadra: la Fiorentina. Fondata il 26 agosto 1926 dal Marchese Luigi Ridolfi, l’ACF Fiorentina è una delle squadre più importanti d’Italia, nonché l’incontrastata dominatrice del calcio toscano; il Marchese, fondatore e primo presidente del club, fuse i due club fiorentini dell’epoca, il Club Sportivo Firenze e la Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas, per dare vita al nuovo club, simbolo di Firenze, i cui colori sociali erano inizialmente il rosso e il bianco, salvo poi trasformarsi nel caratteristico viola a causa di un lavaggio errato delle magliette. Fatto questo breve, ma importante, excursus storico, è giunto il momento di parlare delle rivalità che contraddistinguono la tifoseria viola, rivalità nate da fatti storici, da partite mai dimenticate o da eventi discussi. La prima di tutte, la rivale per eccellenza, è la Juventus. La rivalità contro i gobbi è più di una semplice rivalità, perché noi tifosi fiorentini veri non scorderemo mai, e sottolineo mai, certe partite che hanno penalizzato, ed ho usato un eufemismo, la Fiorentina; due episodi acuiscono il nostro astio verso i bianconeri: lo scudetto rubato dalla Juventus nel 1982, quando ai bianconeri viene assegnato un rigore dubbio contro il Catanzaro e alla Fiorentina viene annullato un goal regolare contro il Cagliari, e la finale di Coppa Uefa del 1990, in cui arbitraggi a dir poco discutibili favorirono la Juventus a vantaggio della Fiorentina, consegnandole di fatto la coppa. Un’altra rivalità molto accesa è quella con il Siena, ovvero guelfi contro ghibellini. Eh già, le due battaglie combattute a Montaperti e a Colle Val d’Elsa, in cui vinsero rispettivamente i senesi e fiorentini, danno vita ad una rivalità che affonda le proprie radici in questo scontro medievale, che nei cuori senesi si riaccende ogni qualvolta affrontano la Fiorentina (a proposito, vi siete ripresi dal 5-1 di qualche settimana fa?). La tifoseria viola, come ogni tifoseria d’altronde, non ha soltanto rivali, ma anche gemellaggi, come quello con il Liverpool. La squadra del Merseyside è sempre stata simpatica a noi tifosi viola, vuoi per le vittorie nelle finali di Champions contro Roma e Milan, vuoi perché la curva Kop e l’inno “You’ll never walk alone” ci hanno sempre affascinato, vuoi per la stima verso una società seria con giocatori di tutto rispetto come Gerrard; il gemellaggio Viola-Reds, avvenuto in occasione del doppio confronto in Champions di quest’anno, ha scatenato i commenti fuori luogo di alcuni “giornalisti” juventini, che hanno visto in questo gemellaggio un modo per ricordare la strage dell’Heysel: delle insinuazioni che lasciano senza parole e non meritano ulteriori commenti. Il calcio viola, al di là delle rivalità e i gemellaggi, ha visto vestire la propria maglia da uomini veri, prima ancora che calciatori, ma anche da persone indegne di questa maglia, che per molti di noi è un feticcio da adorare. Alla prima categoria appartengono uomini come Giancarlo Antognoni, Beppe Chiappella (che è recentemente scomparso), Manuel Rui Costa, Giovanni Galli, Kurt Hamrin, Angelo Di Livio, ed ogni tifoso viola a nominarne i nomi prova una sensazione strana, un misto tra infinita riconoscenza e malinconia dei ricordi passati. Come dimenticare i rifiuti di Antonio alle richieste juventine, come dimenticare un uomo esemplare come Chiappella, come dimenticare le lacrime di Rui Costa quando si trasferì al Milan, come dimenticare le parate incredibili di Galli e i 151 goal dell’Uccellino, come dimenticare Di Livio che è sceso dalla A alla C2 solo per la maglia? Un tifoso viola queste cose non le scorda, come non scorda i 156 goal di Batistuta, il capitano del primo scudetto, vale a dire Rosetta, Riganò e i suoi 33 goal in C2, le prodezze di Toldo, i goal di Fantini che ci regalarono la Serie A, e tanti altri ancora. Se i giocatori vanno e vengono, c’è una sola cosa che resta indelebile nel ricordo dei tifosi: la partita. Novanta minuti di adrenalina pura che noi tifosi viola abbiamo vissuto più di una volta, anche se in palio non c’era una coppa o un campionato. Come dimenticarsi Juventus-Fiorentina 2-3, con il goal vittoria di Osvaldo al 93’, o di Fiorentina-Torino 1-0, con la rovesciata incredibile sempre di Osvaldo che ci consentì di accedere ai preliminari di Champions, oppure Liverpool-Fiorentina 1-2, vittoria clamorosa perché avvenuta con una formazione rimaneggiata (la coppia Natali-Kroldrup che marca Torres!) e per di più in rimonta? Tutti questi ricordi, anche solo scrivendoli per un semplice articolo, mi fanno venire i brividi, brividi piacevoli. Perché quei giocatori, quelle partite, le gioie e i dolori provati rimarranno impresse per sempre nei nostri ricordi, ed ognuno di noi spera di provarne di nuovi e di più forti. Quando entri al Franchi, per novanta minuti ti dimentichi se sei un imprenditore o un operaio, se sei italiano o straniero, perché per novanta minuti te sei una sola cosa, e quella sarà una di quelle cose che restano per sempre nella vita, come i genitori e i figli: te sei un tifoso viola, e questo è quello che conta. C’è molta gente che non capisce e concepisce come una persona possa amare una squadra più di ogni altra cosa, come possa anteporla a tutto; è semplice: non ci sono ragioni razionali. Ed è questo quello che conta, perché nel tifare viola ci vuole anche molta irrazionalità, visto che tifare per le strisciate è fin troppo semplice. Per gente come me, ovvero malati di calcio e di Fiorentina, quando quelle undici maglie viola scendono in campo si ferma il tempo, perché per novanta minuti tutte le energie sono focalizzate su quei ragazzi, e sono novanta minuti di tensione, perché ogni momento potrebbe essere quello decisivo. In queste righe ho voluto dar voce alla mia passione più grande, ma che dico passione, al mio amore più grande, perché io questa maglia la amo per davvero.

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