Ma io non sono pirla!

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Ma io non sono pirla! Con questa frase il mondo calcistico italiano ha conosciuto uno dei tecnici più vincenti degli ultimi anni: Josè Mourinho. José Mário dos Santos Félix Mourinho nasce a Setúbal il 26 gennaio 1953 e muove i primi passi nel mondo del calcio nelle giovanili del Belenenses, squadra in cui tornerà dopo una breve parentesi al Rio Ave; la carriera del Mourinho-calciatore però non decolla, sia perché il talento latita, sia perché nella mente di Mou inizia a prendere forma l’idea di diventare allenatore. Nel 1987 chiude così la carriera da calciatore per intraprendere quella da allenatore, ottenendo l’incarico per allenare gli Allievi del Vitoria Setúbal; l’anno successivo arriva la svolta per José, in quanto l’Estrela Amadora lo ingaggia come allenatore in seconda, dando così avvio al tirocinio vero e proprio. Resta all’Estrela Amadora fino al 1992, quando Bobby Robson, leggenda del calcio inglese, lo vuole al proprio fianco nel doppio ruolo di assistente-interprete allo Sporting Lisbona; il rapporto tra Robson e Mourinho è molto forte, dato che l’allenatore portoghese lo cita nella propria autobiografia come uno degli sportivi più importanti nella sua carriera. Quando Robson lascia lo Sporting per approdare al Porto trascina con sé il buon Mou, che così conosce per la prima volta quello che negli anni successivi sarà il suo regno; sinora l’unico paese conosciuto dal Mourinho-allenatore è il Portogallo, a cui però aggiunge la Spagna, conosciuta nei cinque anni di Barcellona. Mourinho, infatti, viene ingaggiato come allenatore in seconda, prima di Robson e poi di Van Gaal, e allenatore del Barcellona B; l’esperienza catalana porta nella bacheca personale di Mourinho il primo trofeo, ovvero la Copa Catalunya. A questo punto il tirocinio finisce e per Mourinho inizia la vera avventura da allenatore, in quanto rifiuta di seguire per l’ennesima volta Robson (stavolta a Newcastle) per accettare l’incarico al Benfica, dove però resta per sole nove partite a causa del mancato rinnovo del contratto, togliendosi però lo sfizio di battere i grandi rivali dello Sporting per 3-0. Conclusa velocemente l’avventura al Benfica, nella stessa stagione Mou viene assunto alla guida dell’União Leiria, che conduce al 4° posto finale, record storico della società. L’incarico all’União Leiria dura esattamente un anno, da gennaio 2001 a gennaio 2002, per approdare al Porto, la squadra che lo renderà famoso. Resta due anni sulla panchina dei Dragoni e vince quasi tutte le competizioni a cui partecipa: vince due campionati portoghesi, una coppa nazionale, una supercoppa nazionale, una coppa Uefa e una Champions League, vinta a 17 anni di distanza dall’ultima. Quella squadra, che annoverava in rosa calciatori come Maniche, Deco, Derlei, Carlos Alberto, Helder Postiga e Vitor Baia, rende Mourinho un tecnico ammirato e ricercato in Europa, tanto che il Chelsea del neo-proprietario Abramovic comincia a corteggiarlo; Mou non smentisce ufficialmente i contatti con i Blues e i tifosi del Porto arrivano a minacciarlo di morte, tanto che Mourinho abbandona visibilmente turbato i festeggiamenti della Champions. Finora Mourinho è conosciuto come un tecnico che, dopo molta gavetta, in due anni ha vinto titoli che molti allenatori non vincono neanche in tutta la carriera, ma durante la conferenza stampa di presentazione al Chelsea si forma il personaggio Mourinho, lo Special One: “Per favore, non chiamatemi arrogante, ma io sono campione d'Europa e penso di essere speciale”. L’esperienza londinese è contraddistinta dalla vittoria di due Premier League, rivinta dopo 50 anni, due Carling Cup, una FA Cup e una Community Shield, mancando però l’obiettivo Champions, il vero motivo per cui Abramovic ha puntato sullo Special One cacciando Ranieri. Oltre ai titoli vinti, però, le polemiche fuori dal campo hanno contribuito a rafforzare il personaggio-Mourinho, ovvero quel tecnico arrogante ed egocentrico che si sente superiore ai suoi colleghi. Innanzitutto con Wenger, prima accusato dal nostro di essere un voyeur (“Wenger ha un vero problema con noi e credo che lui sia quello che in Inghilterra si chiama voyeur. Gli piace guardare.”) e poi sbeffeggiato per non aver mai vinto la Champions (“Tanti grandi allenatori non hanno mai vinto una Champions. Un grosso esempio non è lontano da noi”), poi è il turno di Benitez (“Tre anni senza un titolo di Premiership? Non credo che avrei ancora un lavoro”), come se non bastasse polemizza anche con personaggi non-inglesi, come Rijkaard (“Quando ho visto Rijkaard entrare nello spogliatoio dell'arbitro non ci potevo credere. Quando Drogba è stato espulso non sono rimasto sorpreso”), accusato di aver indotto l’arbitro di Barcellona – Chelsea a favore dei blaugrana. L’esperienza al Chelsea finisce nel peggiore dei modi, dato che lo Special One rescinde il proprio contratto per incomprensioni col magnate Abramovic; tutto ciò accade a settembre 2007, ma nel luglio successivo inizia il terzo capitolo del Mourinho-allenatore, in quanto accetta la proposta milionaria dell’Inter orfana di Mancini e in cerca dell’allenatore giusto per vincere la Champions. Al primo anno fa subito la doppietta supercoppa-campionato, diventando così il primo allenatore a vincere i due trofei in tre campionati diversi, ma fallisce in Champions, dove esce agli ottavi contro il Liverpool. Anche l’avventura italiana si sta rivelando fitta di polemiche, di frecciatine in pieno stile mourinhiano, soprattutto verso gli allenatori delle due grandi rivali dell’Inter, ovvero Milan e Juventus, e quindi Ancelotti e Ranieri. Verso Ranieri gli attacchi più piccati e al limite dell’offensivo (“Se Ranieri è al fianco di Spalletti, io sono al fianco di tutti gli allenatori che hanno perso punti contro la Juventus per errori arbitrali. Mi sento vicino a Prandelli, a Del Neri, a Zenga.” e anche “È un settantenne: troppo vecchio per cambiare, in Inghilterra prima di dire good afternoon ci ha messo cinque anni.”); per quanto riguarda Ancelotti, invece, gli attacchi sono più concentrati sui momenti no del tecnico rossonero (“Nella storia della Champions c'è un solo club e un solo allenatore che erano sul tre a zero e hanno perso la finale”) e sul rapporto fra il tecnico e Berlusconi, che per Mou è il vero allenatore del Milan. Oltre alle polemiche con i suoi colleghi, Mourinho si è contraddistinto quest’anno anche per due episodi, uno sgradevole e uno molto pittoresco: l’aggressione verbale e non verso il giornalista Andrea Ramazzotti e il gesto delle manette fatto durante Inter–Sampdoria, che è costato al tecnico 3 giornate di squalifica e 40mila euro di multa. Il personaggio Mourinho, dunque, ha avuto inizio nel luglio 2004 e non vede una fine vicina; Josè Mourinho nel bene e nel male sta rendendo questi anni calcistici diversi dai precedenti, perché una personalità tale è difficile da trovare nel mondo del pallone, un personaggio che paragona sé stesso a sé stesso, perché lui è il metro di paragone per tutto il resto. Un uomo che è riassumibile in questa frase: “Se avessi voluto un lavoro facile sarei rimasto al Porto, con una bella poltrona blu, la Coppa dei campioni, Dio e dopo di lui io”.

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