Stranieri d'Italia

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Riorganizzando l'archivio di tutti gli articoli scritti e pubblicati in questi anni, mi sono accorto che un articolo è stato sì pubblicato sul giornale (su Sintomi di maggio 2010, nello specifico), ma poi non è stato pubblicato sul blog. Quindi provvedo subito alla dimenticanza e lo pubblico. Buona lettura!

Una nota tifoseria, durante una partita molto importante, ha intonato un coro censurabile, un coro che diceva: “Non ci sono negri italiani”. Quel coro era  “dedicato” a Mario Balotelli che, suo malgrado, nei mesi successivi era diventato l’emblema degli “italiani stranieri”, ovvero di quelle persone che hanno la cittadinanza italiana pur essendo in possesso di un’altra nazionalità; uno straniero, infatti, può ottenere la cittadinanza italiana in seguito al matrimonio con un cittadino italiano, al compimento del diciottesimo anno per i nati in Italia da genitori stranieri e, solo in ambito sportivo, se nell’albero genealogico è presente un parente di origine italiana, ovvero i cosiddetti “oriundi”. Balotelli appartiene al secondo gruppo, in quanto è nato a Palermo nel 1990 da genitori ghanesi che, una volta venuto alla luce, lo hanno abbandonato all’ospedale; a 3 anni, quindi, Mario è stato affidato ai Balotelli, ottenendo così il secondo cognome ma non la cittadinanza, che si ottiene solo in caso di adozione, diventando italiano a tutti gli effetti il 13 agosto 2008, ovvero al compimento del diciottesimo anno. La storia di Balotelli è paragonabile a quelle di Stefano Okaka Chuka e Angelo Obinze Ogbonna; i giovani calciatori sono entrambi nati nel 1989 da genitori nigeriani e giocano nell’Under 21 di Casiraghi, che in occasione del match contro l’Ungheria ha schierato per la prima volta nella storia tre giocatori di colore (il terzo ovviamente era Balotelli). Okaka, che è stato vittima di insulti razzisti da parte dei suoi stessi tifosi (della Roma), è stato il testimonial, insieme alla sorella gemella Stefania, di una campagna ministeriale contro il razzismo. Se nel caso dei tre colored dell’Under 21 la nazionalità italiana era arrivata in seguito al compimento dei diciotto anni, un vasto numero di atleti ha ottenuto la cittadinanza in seguito alle nozze con un cittadino italiano, ed è il caso di Fiona May, Magdelin Martinez e Tay Aguero. Fiona May nasce in Inghilterra da genitori giamaicani e gareggia per i colori britannici nel salto in lungo e nel salto triplo; in seguito al matrimonio con il proprio allenatore diventa italiana, portando in alto i colori azzurri nelle due discipline e stabilendo i record italiani nelle due discipline, che sono 7,11 metri nel lungo e 14,65 metri nel triplo. Quest’ultimo record è stato ritoccato qualche anno dopo da Magdelin Martinez, che ha portato la distanza a 15,03 metri che, di fatto, è ancora il record italiano; la Martinez è l’erede della May nel salto triplo, ma a differenza dell’atleta anglo-italiana, la Martinez ha gareggiato e vinto con entrambe le nazionali. Un’altra italiana di Cuba è Tay Aguero, pallavolista della rivelazione Villa Cortese e della nazionale, che con la sua storia ha colpito molto il mondo sportivo italiano. Mentre le Olimpiadi di Pechino era in pieno svolgimento, la Aguero tentò con ogni mezzo di rientrare a Cuba per assistere la madre morente, ottenendo però il visto dal governo di L’Avana quando ormai la signora era già morta. Vi chiederete: perché il governo cubano ha negato il visto alla Aguero? La pallavolista è considerata una nemica del paese dei sigari da quando si è rifiutata di rientrare in patria su imposizione del governo di Castro, che in un primo momento aveva concesso l’embargo agli atleti cubani per poi fare dietrofront e dichiarare fuorilegge coloro che non sarebbero rientrati nel paese. Inutile dire che centinaia di atleti cubani hanno seguito le orme della Aguero, emigrando il più lontano possibile dal governo castrista. Fatto questo doveroso excursus storico-politico, sotto la lente d’ingrandimento finiscono due atleti che sono italiani in quanto frutto di matrimoni misti, ed è il caso di Andrew Howe e Carlton Myers. Andrew Howe nasce a Los Angeles e diventa italiano in seguito alle seconde nozze della madre; oltre ad essere famoso per non riuscire a mangiare un Kinder Bueno, Howe detiene il record nel lungo con 8,47 metri, ma gli ultimi due anni sono stati veramente poveri di soddisfazioni: prima la mancata qualificazione alla finale alle Olimpiadi di Pechino, poi l’infortunio che lo ha escluso dai Mondiali di Berlino. Per quanto riguarda Carlton Myers, colui che è uno dei più grandi cestisti italiani, è nato a Londra da padre caraibico e madre pesarese ed ha nel palmares personale uno scudetto, una coppa Italia e due supercoppe Italia vinte con Fortitudo Bologna e Mens Sana Siena, a livello di club, mentre due ori e un argento vinti tra Europei e Giochi del Mediterraneo, a livello di nazionale; Carlton Myers detiene il record del maggior numero di punti realizzati in una sola partita, ovvero 87 punti a referto contro Udine. All’inizio di questo articolo era stata fatta una distinzione tra le varie modalità di diventare italiano e, come avrete notato (spero!), manca solo una categoria, la categoria degli oriundi. Gli oriundi sono stranieri che, vedendo ridotte al lumicino le possibilità di essere convocato dalla propria nazionale, spulciano il proprio albero genealogico alla ricerca di un qualsiasi avo di un’altra nazionalità; riprendendo un episodio celebre, quando Camoranesi ha capito che l’Argentina non l’avrebbe mai convocato è andato a ricercare una possibile parentela italiana, che gli ha permesso di ottenere il passaporto italiano e di vestire la maglia azzurra. Un altro caso famoso è quello di Amauri, che è diventato italiano grazie alla cittadinanza della moglie, anche ella brasiliana ma con parenti italiani; se per Camoranesi la parentela è vicina, in quanto il nonno era italiano, nel caso di Amauri non esiste nessuna parentela italiana. Gli oriundi, comunque, non sono un fenomeno legato strettamente al calcio, anzi, in quanto sport come rugby, hockey su ghiaccio e calcio a 5 hanno intere nazionali composte da stranieri naturalizzati, che nel caso dell’hockey sono nordamericani, per il rugby argentini e britannici e per il calcio a 5 brasiliani.

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